La città fantasma. Attraversare il cambiamento terrorizzate…

C’era una volta una città fantasma dove tutto si ripeteva uguale a prima. Ogni mattina mi svegliavo con la confortante certezza che non sarebbe successo niente di nuovo: avrei visto le stesse persone, fatto le stesse cose, pensato gli stessi pensieri e sofferto per le stesse situazioni.

Un giorno era uguale a tutti gli altri, con la stessa luce che filtrava dalla finestra, lo stesso disordine in camera, gli stessi mobili e la stessa sedia con le magliette da stirare; c’erano gli stessi vestiti, le stesse parole, gli stessi motivi per piangere e le stesse cose sciocche per cui ridere.

Alla fine della giornata, quando andavo a letto, arrivavano sempre le stesse sensazioni e, al risveglio, le stesse paure, insieme a quella fatica, a quel respiro che rimaneva in gola e a quella difficoltà a digerire.

E poi c’era la mancanza, una mancanza così atroce, inspiegabile, effimera e invisibile, eppure dotata della consistenza di una montagna, la più alta che riesci a immaginare.

Non sapevo nemmeno cosa mi mancasse e così cercavo: nelle librerie e al cinema, in una visita a un’amica, in una nuova ricetta o in una passeggiata in centro, un giro in bicicletta e, ogni tanto, in un gelato.

Erano piccole cose che per qualche ora riuscivano a convincermi che, tutto sommato, quella vita poteva essere accettabile.

Forse è così che si sopravvive in una città fantasma: imparando a chiamare vita tutto quello che riesce a tenerti occupata. E io, a dire il vero, ero diventata molto brava a sopravvivere.

Quella, però, non era la prima città fantasma che avevo abitato: prima ce n’era stata un’altra, molto più buia. Erano stati anni, più che anni forse decenni, che potrei chiamare tragici, catastrofici, terribili, anni in cui la priorità era una sola: tenermi al sicuro, anche se quasi mai ci riuscivo.

Ero in lotta costante e anche allora avevo costruito una routine, delle abitudini che mi tenevano in vita: studiavo tanto, frequentavo corsi, meditavo e praticavo anche la magia.

Abitavo due mondi, quello visibile e quello invisibile, e il mondo invisibile, per me, non era soltanto quello che avevo dentro: era un mondo vero, fatto di cose che non racconti apertamente, che non vai a dire alla vicina di casa e forse nemmeno all’amica. C’erano rituali, gesti magici e parole che non potevano essere divulgate, cose personali, intime, segrete. Mi sono tenuta viva così.

Ed è proprio lì che avevo trovato il mio primo varco, un portale, un passaggio segreto che dalla città fantasma mi portava direttamente nel bosco delle streghe: quello delle favole, dove tutto era possibile, dove gli alberi sembrano sapere cose che tu non sai e potrebbe accadere qualcosa che nessuno saprà mai raccontare.

Era un luogo che faceva paura, ma paura davvero, perché sconosciuto, invisibile e inafferrabile, perché conteneva cose che nessuno aveva mai visto.
Cose che, anche frequentandole per tutta la vita, sarebbero rimaste segrete, inaccessibili alla ragione. E tutto quello che è inaccessibile alla ragione fa paura, eccome se fa paura.

Io, in quel bosco, ci sono stata: ho conosciuto Baba Jaga, incontrato sciamane potentissime e attraversato luoghi interiori da film dell’orrore che ancora oggi, se ci penso, mi vengono i brividi.

Ho incontrato parti di me che non sapevo esistessero, parti selvagge, istintive, pulsanti, creatrici, che non avevano bisogno di sapere prima di fare né di ricevere spiegazioni; sapevano inventare strade dove non c’erano strade e trasformare la paura in immaginazione, il dolore in parole, il vuoto in qualcosa da creare.

Non erano sempre facili da incontrare, a volte erano davvero terrificanti e troppo scomode, ma erano vive: erano le parti di me che creavano. E proprio quelle parti mi hanno detto una cosa che allora non volevo sentire: io non sono quella che credevo di essere.

Sono state loro ad aiutarmi a uscire dalla prima città fantasma, e ne sono uscita convinta che il peggio fosse finito, di aver finalmente trovato un posto vivo, un posto dove potevo essere me stessa. Ci ho creduto, ci ho creduto tanto: ho costruito una nuova vita, una nuova casa, nuove abitudini e nuovi punti di riferimento e, per un po’, è sembrato davvero così. Ero uscita dalla città fantasma.

Solo che, col tempo, è successo qualcosa che non avevo previsto: la nuova vita ha cominciato a diventare familiare, le giornate hanno iniziato a somigliarsi, le abitudini sono diventate rassicuranti, mentre le parole e le sensazioni tornavano a essere sempre le stesse. Lentamente, quasi senza accorgermene, ho ricominciato a fare quello che avevo già fatto una volta: ho smesso di attraversare il portale e ho chiuso la porta del bosco.

Perché nel nuovo mondo volevo essere al sicuro, comprensibile, volevo avere delle spiegazioni e poter raccontare chi ero senza dover parlare di tutto quello che avevo visto nel bosco. Così quelle parti di me sono rimaste dall’altra parte, mentre io continuavo a vivere.
 

Paura

Solo che, lentamente, anche questa nuova vita ha cominciato ad assomigliare alla prima. Non era la stessa città: questa era più luminosa, più bella, più confortevole; non c’erano gli stessi dolori né le stesse paure. E forse era proprio questo a renderla più difficile da lasciare: non faceva abbastanza male da costringermi ad andarmene.

C’erano cose belle, persone, giorni buoni e persino momenti felici; eppure, da qualche parte dentro di me, era tornata quella mancanza, la stessa montagna, quella cosa senza nome che non riuscivo a spiegare.

Per molto tempo ho pensato che mi mancasse qualcosa: una vita diversa, un luogo diverso, qualcosa che non avevo ancora trovato. Adesso credo di aver capito che non mi manca qualcosa, ma qualcuno: una parte di me, quella che ho lasciato nel bosco, che non si accontenta di ripetere, ma inventa, immagina, sente, si entusiasma e si lascia attraversare dalle cose; quella che sa essere viva senza dover prima capire come si fa.

Quella parte di me è ancora lì, nel bosco delle streghe, e mi chiama. La sento da tempo e forse la mancanza è proprio questa: sentire che una parte di me mi sta chiamando e fingere di non sentirla.

Perché quello che mi sta chiedendo non è di cambiare una piccola abitudine, di organizzare meglio le mie giornate o di trovare qualcosa di nuovo da fare: mi sta chiedendo di tornare, di attraversare di nuovo il portale e di raggiungere il luogo dove non tutto deve avere un senso, dove la ragione si ferma sulla soglia e posso incontrare ciò che ancora non conosco di me.

Mi sta chiedendo di ricominciare, ancora una volta, senza sapere dove andare, e di mettere al mondo qualcosa che non c’è: una parola, un’immagine, una storia, un desiderio, una possibilità.

Ho paura, perché conosco quel bosco e so che lì dentro ci sono cose che non posso controllare: l’invisibile, l’inafferrabile, l’inconoscibile. Ho paura di tornare a guardarle in faccia, ma forse è proprio questo il punto: non devo trovare un altro posto, devo solo avere il coraggio di tornare nel mio. Quelle voci mi chiamano da troppo tempo. Ho paura che, se aspetto ancora, un giorno smettano di farlo; allora sì che sarei davvero bloccata nella città fantasma.

Enrica Lagan Zerbin
 

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2 risposte

  1. molto bello il racconto,davvero .Mi ci sono ritrovata tantissimo . È da poche settimane morto il mio papà .Aveva 91 anni .Sento che questo è il momento di cambiare molte cose nella mia vita .Sono ancora confusa ma mi sto facendo trascinare dalla vita …non so dove mi porterà ..spero in un bosco ..resterei li ..in una bella casetta 😊❤️grazie per i tuoi bellissimi e preziosissimi input

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