Il vuoto

Era successo tutto all’improvviso. Alice era rimasta sola. Erano sparite dalla sua vita le persone che le erano state vicine per anni e, insieme a loro, si erano volatilizzati anche i pensieri e le convinzioni sul mondo, sugli esseri umani, su cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

Per molto tempo Alice aveva creduto che restare fosse una forma di fedeltà a un impegno preso con sé stessa, anche quando qualcosa dentro di lei fremeva.

Poi, un giorno, il corpo aveva smesso di obbedire.

Il problema non era sentirsi abbandonata — in fondo era stata lei ad andarsene, no? — e la sua non era paura. Era qualcosa di nuovo, che la lasciava sbigottita. I pensieri non c’erano più. Al loro posto rimaneva un grande spazio disabitato, come se le parole e le idee fossero scappate da qualche altra parte.

 

Era la prima volta, nella sua vita, che tutto cambiava così tanto e così all’improvviso. Un’esperienza di vita tanto intensa era scivolata, in un istante, nel passato. In un batter d’ali, le persone che aveva frequentato per anni non c’erano più. Di sicuro avevano ricevuto l’invito a non telefonarle, non incontrarla, non avere più a che fare con lei in nessun modo. Alice lo aveva visto accadere molte volte nel gruppo. Coloro con i quali, per lunghi anni, aveva passato tutto il suo tempo libero erano scomparsi da un momento all’altro. Tutti.

 

Certo, era stata lei a dire: «Non ce la faccio più. Non posso più restare qui». In quel momento, però, sapeva solo da dove voleva fuggire. Non sapeva dove voleva andare.

Quel luogo in cui era finita era del tutto sconosciuto. Era sola, in una terra di mezzo dove non era mai stata, senza appigli, senza parole con un senso, senza più sapere niente. Non aveva né desideri né interessi. Aveva fatto parte di quel gruppo per così tanto tempo che, fuori da lì, le sembrava quasi di non esistere. Era come se un vento fortissimo avesse spazzato via tutta la sua vita di prima, fuori e dentro di lei.

 

La consuetudine dei giorni di lavoro, però, continuava apparentemente identica. Ogni mattina andava regolarmente in ufficio. A mezzogiorno raggiungeva un piccolo negozio dove preparavano piatti freddi: mozzarella e pomodoro, riso in insalata, yogurt e frutta. Mangiava lì, da sola, scegliendo uno dei piatti. Poi andava al bar a bere il caffè. Chi glielo serviva era un signore anziano, molto gentile, che la rimproverava bonariamente dicendole che fumava troppo. Lei lo sapeva bene. Non aveva mai fumato così tanto in vita sua, ma non poteva proprio smettere. Quella sigaretta era una piccola àncora, qualcosa da tenere tra le dita, mentre tutto il resto sfuggiva.

Un’altra erano gli alcolici, che però lasciava per la sera, a casa, quando il vuoto alla bocca dello stomaco si faceva più pauroso.

 

Dopo aver pranzato faceva una passeggiata nel quartiere, per non tornare troppo presto al lavoro e non essere costretta a chiacchierare delle banalità del dopo pranzo con i colleghi. Manteneva queste abitudini ogni giorno, senza quasi accorgersene. Forse era proprio questo a permetterle di restare agganciata alla vita, di non farsi inghiottire dal buco nero.

Se qualcuno le chiedeva qualcosa di personale — era successo con qualche collega preoccupato per lei — le venivano le lacrime agli occhi. Allora si scusava e se ne andava. Gradualmente, i colleghi avevano smesso di farle domande.

 

Del resto, Alice cosa avrebbe potuto dire? Poteva forse raccontare di aver creduto in un sogno di armonia e libertà proprio lì dove l’armonia e la libertà mancavano? Era come essersi innamorata follemente di qualcuno e scoprire, poco alla volta, che quella persona non era chi pensavi. E fino a qui poteva ancora essere comprensibile.

L’aspetto più imbarazzante, però, era un altro. Alice, nel frattempo, non si era accorta che quell’esperienza l’aveva trasformata. Si era adattata a comportamenti, giudizi e pensieri sempre più lontani dalla sua parte più profonda che, senza preavviso, si era ribellata.

Com’era successo?

Era stato il cuore. Dentro di lei c’era stata una sommossa. Nonostante il cervello le dicesse che andava tutto bene così, il suo cuore si preparava alla rivolta.

E la rivolta era riuscita benissimo. Le aveva fatto uscire dalla bocca parole che non erano state né programmate né pensate prima. Poche. Precise. Con effetto immediato. Così, all’improvviso, per il gruppo Alice non esisteva più.

Ci sono cerchie di persone che applicano rigidamente le regole dell’appartenenza. Quella ne era un esempio.

 

Con il passare del tempo, i pensieri di Alice si ingarbugliavano sempre più. A volte si deprimeva pensando di aver sbagliato tutto. In molti altri momenti, invece, si lasciava andare alla spinta istintiva, un po’ animale, di sopravvivere.

Un giorno, durante una camminata nel parco, si ricordò di una frase letta in un libro che diceva più o meno così: Per potersi rialzare, dopo essere caduti, è necessario appoggiarsi alla terra.

Si fermò.

In quel momento si rese conto che, nonostante tutto, c’era una cosa che aveva continuato a fare. Camminare.

Appena poteva, camminava. Il suo corpo aveva fame di camminare e Alice gli obbediva: era l’unico che le chiedesse qualcosa che sentiva ancora di essere in grado di fare.

Quella frase era stata una rivelazione. Appena possibile si era iscritta in una palestra. Aveva cominciato ad allenarsi prima una volta, poi più sere durante la settimana. Col tempo aveva anche preso l’abitudine di fermarsi a cena nel piccolo ristorante all’interno. Iniziava a percepire che il corpo era la casa dove c’era quello di cui aveva bisogno. Non solo il punto di ripartenza, ma una presenza costante, fedele, familiare.

 

Alice aveva cominciato a riabitare il proprio corpo. I muscoli. I tendini. Il respiro. Ne sperimentava ogni giorno la forza e la rilassatezza. Riscopriva la gioia di sentirlo vibrante, sudato, affaticato, leggero, spensierato. Soprattutto vivo.

 

C’era però qualcos’altro

 

Col passare dei giorni, Alice cominciava ad intuire che nel suo corpo c’era molto più di quanto avesse mai pensato.

C’era memoria nelle pieghe, nella tensione delle cicatrici, in certe rigidità del collo e delle spalle.

C’era memoria nel modo in cui appoggiava i piedi, il sinistro diverso dal destro, quest’ultimo più sicuro quando toccava il terreno.

Nel bacino bloccato con alcune rotazioni.

Nella testa che non sempre seguiva i movimenti.

Capì che il corpo era lo scrigno che custodiva tutta la sua vita, tutte le gioie e tutti i traumi vissuti.

 

Un giorno rimase davanti allo specchio dopo l’allenamento. Aveva il viso arrossato, i capelli umidi e il respiro ancora un po’ affannato. Si guardò a lungo. Era piena di domande e alla ricerca di qualcosa che non sapeva. Ma la persona che vedeva nello spicchio le sembrava familiare, quasi amabile.

Alice si sorrise.

Forse non doveva cercare così lontano.

Per la prima volta dopo tanto tempo, aveva trovato un posto in cui tornare. Molto più vicino di quanto avesse pensato.

 

Emanuela Dalledonne

 

Una risposta

  1. Conosciamo un po’ Emanuela:

    Sento di avere vissuto molte vite.
    Ogni volta sono cambiati i luoghi, le persone, le abitudini e, soprattutto, le idee sul mondo. E ad ogni cambiamento è emersa una versione diversa di me.
    Così, nel tempo, ho incontrato domande nuove, sguardi inaspettati e modi diversi di osservare quella che chiamiamo realtà.
    Forse tutte le versioni che sono stata sono ancora qui, insieme a quelle che devono ancora mostrarsi. Magari vivono contemporaneamente, a frequenze diverse. E ogni volta il confine del mondo si è spostato un po’ più in là.
    Continuo a essere curiosa di ciò che c’è oltre quel confine: ciò che ancora non conosco, ciò che non si vede subito, ciò che il corpo sa prima ancora che la mente riesca a comprenderlo.
    Forse è anche da lì che nascono le storie.”

    Emanuela Dalledonne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *