Il sabato di Natale pioveva. Né la proprietaria della libreria, né il giovane commesso ricordavano con chi fosse entrata la bambina. Di sabato, spiegarono alla polizia, da noi viene tanta gente. È vero che questa è una piccola città e di vista ci si conosce tutti, ma il sabato arrivano anche dalla provincia e un viso sconosciuto può passare inosservato. La piccola libreria, a conduzione familiare, non aveva telecamere, né alcun sistema antitaccheggio. Non ha paura che i ladri le rubino i libri? Chiese il poliziotto alla donna. Tutti rubano i libri, disse la signora, con un sorriso – non solo i ladri. Il poliziotto non si stupì di apprendere che la libreria era sull’orlo del fallimento. In ogni caso, quel sabato la libreria era affollata. Il commesso ricordava alcune studentesse, i soliti clienti abituali che gli chiedevano consigli per i regali di Natale, la professoressa di italiano del liceo, il generale in pensione, formidabile lettore di gialli, il corrispondente locale di un quotidiano nazionale che sognava da anni un delitto per mettersi in luce, il macellaio appassionato di romanzi rosa – ma proprio non ricordava nessuno che fosse entrato nella libreria con la bambina.
Lui sì. Però, l’aveva notata. La bambina aveva scartocciato qualcosa – sul momento gli era sembrato una caramella o una merendina – e aveva cominciato a sgranocchiare. Ora, è proibito mangiare in una libreria, e poi la bambina aveva le mani sporche, e il ragazzo aveva paura che macchiasse i libri. Stava per rimproverarla, quando lo avevano chiamato al computer, e poi non si era accorto di lei fino alla chiusura. La bambina era seduta sul divanetto dei lettori, si leccava avidamente le dita e sembrava aspettare qualcuno. Attorno alle labbra aveva un alone scuro – come di gelato, o di marmellata. Dovevano chiudere. E nessuno veniva a prenderla. Allora avevano chiamato la polizia. La bambina non parlava. Forse era straniera. O muta. Qualcuno l’aveva abbandonata nella libreria. O lei ci si era rifugiata da sé, perché quel luogo illuminato le era sembrato un rifugio nell’ostilità della strada. Comunque, non sapeva dire il suo nome – o non voleva farlo. Nessuno sapeva chi fosse. Non aveva con sé una cartella, uno zaino, un quaderno né un biglietto. Niente che potesse servire a identificarla o a capire perché, tutt’a un tratto, il sabato di Natale, fosse piovuta fra noi. La proprietaria della libreria le aveva frugato nelle tasche in cerca di un indizio, ma non aveva trovato niente. Proprio niente? Beh, qualcosa c’era – ma l’indizio era davvero labile. Nelle tasche del cappotto c’era una manciata di cioccolatini. A forma di pesce, banana, nocciola, barilotto di rum, moneta, pistola. No, niente involucro, nulla che potesse ricondurre alla fabbrica. Il poliziotto ne annusò uno, diffidente, e poiché il profumo era invogliante, se lo cacciò in bocca. Il cioccolatino gli ricordò una sensazione di felicità e di piacere che giaceva, dimenticata, in un angolo della sua memoria.
(Incipit di Melania G. Mazzucco)
Era il ricordo di un amore, o meglio, di quello che sarebbe potuto essere un amore.
Qualcosa che risaliva a tanti anni prima, ma quanti anni…? Lui, giovane studente, aveva lasciato il piccolo paese dove era nato, in cui non avrebbe avuto altra possibilità che continuare a fare il contadino come suo padre, per trasferirsi nella periferia di una città per frequentare l’Università.
I professori lo avevano incoraggiato affinché proseguisse gli studi. Gli dicevano che era un peccato se si fosse fermato. Avevano convinto suo padre che, orgoglioso di quel suo unico figlio maschio così in gamba, aveva finito di acconsentire. Soldi ce n’erano pochi però, aveva dovuto accontentarsi di andare ad abitare presso una paesana che gestiva una pensioncina, “vitto e alloggio, ma solo per persone per bene…” ai margini della città, nel frattempo aveva fatto un concorso per entrare in polizia, perché non si sa mai…
La colazione era un po’ scarsa, con l’appetito dei vent’anni, era indispensabile, prima di cominciare la lezione, fermarsi a prendere un pezzo di focaccia e un cappuccino in quel bar vicino all’Università.
Come era successo che quel giorno fosse andato in quella vecchia torrefazione? Ah, lo sciopero! La lezione era saltata, prima di tornare a studiare aveva girato un po’ nelle vie intorno, l’aveva colpito l’aroma del caffè. Era entrato. Un caffè era un lusso che avrebbe potuto anche permettersi. Si era seduto dopo aver ordinato. Il proprietario dietro il banco, aspettando che il caffè uscisse, si era messo ad asciugare delle tazze. Com’è che non si era accorto? Forse stava leggendo o si era distratto, il proprietario aveva chiamato “Orietta, vieni e porta il caffè al signore…”
Lei era comparsa, silenziosa, due grandi occhi bruni, gli aveva posato la tazzina davanti. Vicino al cucchiaino c’era un cioccolatino. Lui aveva avuto il timore di doverlo pagare e si era affrettato a restituirglielo. Lei lo aveva guardato stupita chiedendogli se non gli piacesse. Per piacergli gli piaceva, ma… Se lo era messo in bocca. Un cioccolato un po’ amaro, così diverso da quello che aveva mangiato fino ad allora. Buono, con il gusto del caffè.
Era tornato ancora, per rivedere Orietta e i suoi sorrisi, per gustare ancora quel cioccolato che non costava, per quel sapore dolce e amaro che gli restava dopo, per il batticuore, perché voleva trovare il coraggio di dirle… sì, di chiederle…
Quei suoi occhi colore del cioccolato, il suo sorriso, chissà se anche i suoi baci sapevano di cioccolato? Non lo avrebbe mai saputo.
Suo padre aveva telefonato, aveva superato il concorso, doveva essere a Roma entro due giorni.
Non c’era stato il tempo neppure per rivederla. Anni dopo, di passaggio in città, era tornato a cercare la vecchia torrefazione, ma troneggiava l’insegna di un fast-food. Orietta non c’era più e lui non avrebbe più saputo se i suoi baci sapessero di cioccolato.
Ma questo, che ormai si era sciolto del tutto, gli aveva riportato il ricordo di un tempo felice, chissà se ne avesse provato un altro…
Mentre nella sua testa passa questo pensiero, un sorriso fiorisce sulle labbra. La mano, senza volerlo, prende ancora uno, due cioccolatini. No, sarebbe sembrato ingordo, uno, con leggerezza, lo porge alla proprietaria della libreria.
La Signora Mariuccia lo guarda stupita, poi per non sembrare maleducata, fa un piccolo cenno di ringraziamento prendendolo, lo porta alla bocca…
Buono, con un fondo di menta, come piaceva a lei. Da quanti anni non ne aveva più assaggiati di così buoni! Era il suo povero Alberto che glieli regalava.
Già, Alberto! Com’era bello Alberto! La prima volta che lo aveva visto stava per prendere il tram. Col suo completo grigio scuro, l’aria distinta, anche se era giovane. Lei era seduta, non appena il tram ripartì riprese a leggere il suo libro. Quanto le piaceva leggere! Sfruttava ogni momento possibile. Niente di importante, certo, aveva appena cominciato a lavorare come segretaria presso uno studio, ma sperava di riuscire a migliorare…
Girava pagina, alzava gli occhi, ecco Alberto, era lì poco distante e la guardava. E il giorno dopo ancora, e ancora. Poi un mattino, alla fermata, salì con calma, si avvicinò, non appena si liberò il posto a fianco, le chiese se poteva sedersi. Certo che poteva! Lei stava leggendo un altro libro, lui cercava di vedere il titolo.
-To’ guarda “Cioccolata a colazione” … ma pensi, è proprio quello che ha letto mia sorella! Le piace leggere? La vedo tutti i giorni, sempre così assorta nella lettura. Le piace solo leggere o anche qualcos’altro?
-Sta a lei scoprirlo…
Giocarono così per qualche giorno. A lei piaceva leggere e adorava il cioccolato, anche a lui piaceva leggere ma andava matto per la menta. Poi un giorno un invito, la prima passeggiata, altri giorni.
Lui lavorava in banca, gli piaceva il suo lavoro, ma si sentiva un po’ solo. La sorella sposata e felice aspettava un bimbo… -ne vorresti anche tu?
Una sera, un po’ euforici tutti e due, lei emozionata mangiava un cioccolatino dietro l’altro, lui succhiava mentine come un matto… a un tratto un bacio. Per tutti e due una rivelazione… ma come erano buoni la menta con il cioccolato!
Il giorno dopo, lui di nuovo rincorreva il tram, salì trafelato, la cercò con gli occhi, le offrì un pacchettino “vuoi sposarmi?”. A lei brillavano gli occhi “sì”, aprì il pacchettino, dentro… cioccolatini alla menta. Da quel giorno, ogni volta che si sentiva felice, ogni volta che la pensava, ogni volta che… arrivava con un pacchettino di cioccolatini alla menta.
Passarono gli anni, decisero che lei andrà in pensione appena possibile, prenderà una libreria, così avrà modo di impegnare il suo tempo con i libri che tanto le piacciono, potrà vedere tante persone a cui dare dei suggerimenti, avrà la vita piena e non penserà più tanto a quel figlio che non avevano avuto. Quando anche lui sarà in pensione, potrà aiutarla, oltre che con la contabilità che la faceva un po’ ammattire, anche per dare uno sguardo affinché non le svuotino la libreria sotto gli occhi. Lei quasi li capiva quelli che glieli prendevano, forse non potevano comprarli e andavano matti per la lettura.
L’ultima volta che sono usciti insieme era stato per andare a vedere “Chocolat”, lei aveva letto il libro e voleva vedere come fosse il film. Anche quella sera aveva messo nella borsetta qualcuno dei suoi cioccolatini alla menta, li avevano gustati, tenendosi vicini al buio, lei gli aveva detto sottovoce che erano finiti, lui le aveva stretto la mano e le aveva detto altrettanto piano “domani è il primo giorno che ti ho vista…”
Non era più tornato coi suoi cioccolatini, si era sentito male lì, all’angolo del corso dov’era la pasticceria. Quando l’avevano chiamata era arrivata appena in tempo perché lui le dicesse “domani, i tuoi cioccolatini…”.
Adesso tutto il tempo lo occupa alla libreria, ha trovato un commesso che l’aiuta con quella contabilità che la fa impazzire, e tenta di impedire che le svuotino il negozio tutto in una volta…
Bravo ragazzo il suo commesso! Chissà se avesse avuto un figlio, forse sarebbe stato così… chissà se sarebbero piaciuti tanto anche a lui i libri e quei cioccolatini?
Gira la testa per cercarlo, gli sorride, guarda i cioccolatini che sono rimasti, ne prende uno e glielo offre…
Giancarlo non sa che fare, rifiutare gli sembra brutto, i cioccolatini stanno finendo… ma guarda cioccolato al latte e nocciole! Come può rifiutarlo… sono sempre stati i suoi preferiti, lo mette in bocca e…
È il sapore delle nocciole di nonna Minna. Le raccoglievano insieme dagli alberi dietro casa. Nonna le faceva seccare, poi, quando sapeva che sarebbe venuto a trovarla, gli preparava una crema di nocciole, burro, cioccolato e chissà cos’altro, secondo una ricetta che sapeva solo lei.
Quando andava dalla Signora Teresa a fare rifornimento di tavolette di fondente e cacao in polvere era il segnale del suo arrivo. “Allora sta per arrivare? Lo mandi a trovarmi neh!” Non poteva non andare. C’era Simone, il figlio della Teresa, un ragazzino Down, più o meno della stessa età, un po’ dispettoso ma che gli voleva bene. Giocavano insieme nel retro del negozio, tra gli scaffali colmi di cose da mangiare, odori di drogheria e detersivi. Teresa vendeva un po’ di tutto.
Spesso uscivano e arrivavano fino alla piazza della chiesa, ma all’ora di merenda erano di ritorno, perché ad attenderli c’era sempre una tavoletta di cioccolato al latte, qualche volta quella col riso soffiato, qualche altra quella di cioccolato bianco… Chissà dov’era adesso Simone, che la Teresa non c’era più?
Giancarlo si guarda intorno come per cercarlo, è arrivato il poliziotto che era rimasto in macchina, è entrato per vedere cosa sta succedendo.
Guarda la bambina e il resto del gruppo, il suo collega gli porge un cioccolatino, lui lo prende, lo guarda, gli pare di capire che dovrebbe assaggiarlo…
Aveva lo stesso profumo di Chiara dopo che aveva bevuto la sua prima cioccolata con panna. Quando era stato? L’altro ieri. Era uscito presto dal lavoro per andare a prenderla all’asilo. Asilo? Ma no: Scuola dell’Infanzia, come dice lei. Ormai è grande, aveva già tre anni e mezzo.
È la sua più grande ammiratrice, le piace che papà vada a prenderla vestito da poliziotto.
Quel giorno era arrabbiata perché Filippo le aveva tirato i capelli. Meno male che era arrivato il suo papà che lo portava in prigione, perché lui arrestava quelli cattivi. Non le va proprio giù che papà non lo abbia arrestato subito e gli ha fatto il broncio. Se fosse estate avrebbe potuto proporle un bel cono di gelato alla cioccolata per farsi perdonare, ma faceva freddo, era quasi Natale.
-Dai Chiara adesso andiamo a prendere una cosa buonissima, Filippo lo arresto un’altra volta se ti fa ancora arrabbiare.
Chiara aveva finito la sua cioccolata, due baffi marrone, una macchiolina sul cappotto e un ciuffetto di panna sul naso, gli occhi adoranti e un sorriso.
-Non diciamolo a mamma perché poi ci sgrida se non mangiamo la cena… Sarà il nostro segreto.
Filippo era dimenticato. Cosa poteva fare una cioccolata calda in un giorno così freddo!
Freddo? Freddo è quello che arriva, mentre la porta si apre, tutti si girano al leggero scampanellio, entra un uomo anziano un po’ trafelato, tutto rosso… la bambina si alza
-Nonno Luciano!
Ma allora parla!
-È successo qualcosa? Scusatemi, ero venuto da queste parti per fare commissioni con la mia nipotina, lei era stanca così le ho detto di stare qui ad aspettarmi mentre andavo a comprare ancora due cose, ma di non parlare con gli sconosciuti… Sa, mio figlio Lorenzo e mia nuora lavorano, in questi giorni che la scuola è chiusa sta con noi! Sono arrivato fino alla pasticceria per prendere i cioccolatini per la nonna, sapete quelli di fondente… amari… solo cacao. Le piacciono così tanto. Li mangia alla sera, mentre guardiamo la televisione, se li fa sciogliere in bocca e sorride, anche se danno un film triste. Dice che la cioccolata fa bene all’umore, che lo ha detto la televisione. Allora domani è Natale e voglio vederla sorridere. Grazie… Scusatemi tanto se vi ho disturbato, ecco, per farmi perdonare posso regalare anche a voi un po’ di questi meravigliosi cioccolatini? E… Buon Natale.
Maria Luisa Piccioni


