L’Isola Senza Spine

L’ISOLA SENZA SPINE

Sebastiano, detto Seba, la cercava da sempre, ma non riusciva a trovarla, l’Isola senza Spine.

Si era fatto una mappa delle sue isole preferite e le incontrava spesso: l’isola dei libri, quella dei ricordi e degli amici, l’isola dei lupi ( gli piacevano  quei musi appuntiti, quegli occhi gialli, sguardo penetrante e indagatore, quelle zampe snelle), l’isola delle  agende, ne aveva tante, una per ogni anno e molto tempo sulle spalle, l’isola delle ricette. Quest’ultima era la sua passione e andava ogni giorno a visitarla. Amava i profumi delle pietanze, il mescolare gli elementi, lavorarli con le mani, modellarli, come un fine artigiano che plasma la creta, fino ad ottenere l’aspetto  e la consistenza voluti, infine rendere tutto commestibile. Che stupore provava ogni volta nel vedere, grazie al calore del forno, la massa trasformarsi, dorarsi, espandersi, innalzarsi, prendere forma e vita. La grande cucina era la sua isola preferita: ogni giorno si riempiva di odori, di sagome, di sapori, mentre l’aroma, misto al vapore, saliva lungo le pareti, ricopriva il soffitto, si insinuava negli angoli più nascosti della stanza, si specchiava ai vetri delle ampie finestre.

Sebastiano era uno chef appassionato del suo lavoro.

Non mangiava pesci Sebastiano, perché anche il loro scheletro conteneva spine e lui, ormai, ne aveva viste troppe.

La vita non lo aveva risparmiato, lungo il suo cammino aveva calpestato tanti aculei  che lo avevano fatto soffrire, il suo sangue era rosso e il dolore lo conosceva bene, per questo ora sperava di camminare su un terreno morbido e mai più incontrarne uno

Gli avevano raccontato dell’Isola senza Spine e gli piaceva l’idea di un luogo ameno, ma non riusciva ad individuare  dove fosse e se mai potesse esistere: come immaginare una rosa senza spine.

Si mise in viaggio con la sola presenza di se stesso, camminò per giorni, mesi, anni, navigò oceani, attraversò deserti, pianure, valli, guadò ruscelli e fiumi, scalò montagne, superò ghiacciai ed alla fine la sua tenacia fu premiata, approdò nell’ Isola senza Spine e lì fu una nuova stagione.

Mattinate fresche, terreni morbidi, pomeriggi assolati, erba delicata, tramonti sfumati, ciottoli levigati, notti stellate, sabbia fine, albe rugiadose, sentieri soffici.

“Questa è la vera vita” esclamava Sebastiano di fronte ad una radiosa giornata “Armonia, nulla punge, non esiste più il dolore”

I giorni scorrevano pigri e morbidi, nessuna punta trafiggeva più il palmo della sua mano, la pianta del suo piede e il suo cuore, ogni attimo era uguale al precedente e a quello futuro. Nello scorrere del tempo si accorse che non correva più il rischio di provare dolore, ma neanche la gioia per un pericolo scampato, la soddisfazione per un problema  superato, la serenità dopo la paura del buio, il piacere dopo il dispiacere.

La meravigliosa Isola senza Spine, fatta di albe profumate e di tramonti soffusi, aveva il colore della noia e capì che gli dei invidiano gli uomini proprio perché nella loro eternità non riescono a godere immensamente  la scintilla di quell’attimo di immensurabile gioia o di patimento infinito che solo l’uomo mortale può provare, perché potrebbe essere l’ultimo della propria esistenza.

Sebastiano era uno straordinario cuoco, conosceva le fragranze più ignote, eppure in quel luogo lontano e tanto cercato annusava un’aria che non aveva il profumo della vita.

Scelse di lasciare quell’isola che non poteva ferire, ma neppure guarire e riprese la via del ritorno.

La Dama della Neve lo aveva atteso per anni e decenni e quando da lontano lo vide arrivare, raccolse la più bella rosa del suo giardino e gli andò incontro lungo il viale. Lo raggiunse, gli porse il fiore, Sebastiano strinse nella mano il lungo stelo spinoso e si punse, un dolore acuto percorse il  corpo e l’animo, una goccia di sangue tinse il suo palmo, lui le sorrise, era tornato a vivere.

 

 

Simonetta Molteni

 

 

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