È successo in agosto

Era successo in un pomeriggio qualsiasi di fine agosto, non avrebbe saputo dire quale. Un agosto con un caldo da sfinire.

Sembrava che oltre alla pelle sudasse anche il cervello, lasciandolo incapace di pensieri logici e sensati.

Elisa, rimasta quasi per magia a casa da sola, si era coricata sul letto, dicendosi: “Caspita, quanto tempo è che non mi riposo durante il giorno…”.

Poi si era pigramente guardata intorno: la poltrona nell’angolo, l’armadio, uno specchio sopra la cassettiera, qualche vestito abbandonato sullo scendiletto, le tende azzurre alla finestra, i pigiami appesi. Scorrendo con lo sguardo sulle cose intorno a sé, in un luogo così conosciuto, si accorse di una piccola sensazione molto intima, come un sussurro: “Io non c’entro”.

Tutti quegli oggetti le parlavano di una vita apparecchiata come si deve, tutte le cose al loro posto, piene delle buone intenzioni di chi le aveva acquistate e usate. Tutte nella forma appropriata all’uso che se ne doveva fare. Rimaneva però sempre quella piccola incrinatura come di cose che Elisa sapeva di conoscere, ma nello stesso tempo non riconosceva più. Era intorpidita, a metà fra veglia e sonno.

Per qualche attimo pensò che fosse il caldo a farla sentire così, ma la curiosità la aiutava ad abbandonarsi rilassata a quello che si muoveva dentro di lei, agevolata dall’umidità dell’aria che la lasciava senza forze.

Chiudendo gli occhi si ritrovò a pensare che lei stessa, nel tempo, aveva assunto la forma “che si deve”, non solo perché il suo corpo era molto cambiato negli anni, arrotondandosi in certi punti e non in altri, quasi si fosse rimodellato seguendo lo stampo fisico di “moglie e madre di due figli”, ma anche perché il suo modo di pensare si era conformato nel tempo a certi pensieri e non ad altri, in un mondo fatto di bambini da crescere, un marito e una casa da accudire, un lavoro qua e là quando era stato possibile, figli permettendo.

“Però…” sorrise tra sé, pensando alla sua grande capacità di adattamento.

Era come se la vita l’avesse levigata, come un sasso in balia delle onde del mare. Si era adattata benissimo a tutto quello che le era stato richiesto di essere. Ma non avrebbe saputo dire chi esattamente glielo avesse richiesto. Sentiva solo che ora non entrava più così bene nello stampo.

E subito erano comparse nuove domande, una dopo l’altra, come allo spalancarsi di una porta: “Chi sono adesso? Di cosa sono fatta? Chi sto diventando? Cosa farò?”

All’interno di Elisa qualcosa cominciava ad agitarsi, il respiro era corto e la obbligava a prendere più aria. Era un segno che conosceva bene, quello della fatica nell’inspirare. Cercando di calmare l’affanno, le vennero in mente di colpo i suoi quindici, sedici anni. Qual era la sua forma a quell’età?

C’era ancora qualcosa dell’Elisa di allora? Si ricordava di essere stata piena di sogni d’amore ed era stato a quel punto che aveva percepito il disegno che l’aveva portata fino a quel momento, in quella casa, con quella famiglia, in quel letto.

Intuiva all’improvviso il processo che era avvenuto e che l’aveva portata a diventare la forma adatta alla vita desiderata. “Eh già”, pensò divertita, “un po’ come hanno fatto l’armadio, il letto e la cassettiera”.

E faceva sempre più caldo, dalla finestra aperta entrava un’aria bollente. “Mi sto sciogliendo”, pensò. “Chissà che forma prenderò questa volta…”.

Si addormentò sorridendo divertita, si era accorta di sapere già la risposta.

 

Autrice:
Emanuela Dalledonne

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *