Seduta su quella panchina della fermata degli autobus, in mezzo a gente sconosciuta, guardava un punto fisso sulla strada. Nella busta che stringeva forte tra le mani aveva raccolto tutto il suo vissuto.
Era arrivata lì perché non riusciva più a reggere le situazioni problematiche che la disorientavano, le facevano battere forte il cuore. Solo il pensare di essere lì, di prendere quell’autobus e arrivare all’aeroporto per andar via e ritornare ai suoi affetti veri, la rassicurava. Troppo tempo aveva trascorso in quella città che amava, ma che per molti aspetti sentiva lontana, avversa; la disorientava, non riuscendo a sentirsi se stessa. Ogni giorno doveva combattere con le sue insicurezze, con le persone che, in alcune occasioni, sentiva ostili.
“Perche’ prendere quell’autobus?” Si era chiesta più volte.
“Perche’ andare in aeroporto?”
“Per volare dove?”
Il suo “io” guerriero glielo suggeriva già da tempo, ma non voleva dargli ascolto. Ora, trovandosi tra gente estranea sapeva cosa voleva. Anelava a un luogo dove sentirsi a casa; casa come: amore, sicurezza, protezione; mandar via i fantasmi che da troppo tempo la tenevano intrappolata, legata ad un vivere quotidiano scialbo e nullo. Sentirsi rassicurata, libera di agire come quella bambina che appoggiata alla balaustra di un belvedere, guardava il mare all’orizzonte e sapeva che un giorno avrebbe messo le ali per raggiungerlo.
Lucrezia


