Caro diario, oggi non ho niente da scrivere.
Non sono mai stata brava con i diari perché non avevo mai niente da raccontare: nessun aneddoto, nessuna cosa interessante, nessun batticuore o corteggiamento.
La mia vita è sempre stata talmente scandita da giorni tutti uguali che i miei diari erano pressoché vuoti. E c’era sempre questa sorta di aspettativa o, comunque, di ansia da prestazione ogni volta che scrivevo sulla pagina bianca: “Caro diario…”
Ancora adesso mi stupisco di essere diventata una scrittrice.
Io, che le parole non le trovavo mai: anche quando facevo i temi a scuola, ero una frana completa. Credo che le mie insegnanti si stupirebbero tantissimo nel leggere il mio nome sui libri che ho scritto.
Non so raccontare granché le cose accadute realmente. Non trovo mai le parole giuste, ma ti posso raccontare perfettamente una sensazione: quello lo so fare.
Chiudo gli occhi, mi ascolto.
Per esempio, adesso c’è un nodo in gola, una sensazione di chiusura nello stomaco. So che cosa mi stanno dicendo queste sensazioni: c’è qualcosa che vuole salire, e spinge forte, ma tanto forte, potrebbe causare uno scoppio.
Ed io la sto trattenendo.
Trattengo tutto da così tanto tempo che mi sono dimenticata come si fa a far uscire le cose dalla pancia. Ho ben due punti chiusi: uno alla bocca dello stomaco e uno alla gola.
Se li immagino, vedo gomitoli di lana grezza, ruvida, di un colore beige (che assomiglia un po’ allo spago) e non basta tirarli via: bisogna srotolarli, questi gomitoli.
E il filo non è proprio un filo: sono quelle cose che ti leghi al dito, o che ti leghi al naso, o il nodo al fazzoletto per ricordare qualcosa. Sono metri e metri di ricordi: di cose che dovevo ricordare e che non ho ricordato, di cose che dovevo fare e non ho fatto, di parole che dovevo dire e non ho detto.
Srotolarli significa ricordare tutto quello che non ho voluto ricordare, tutto quello che non ho voluto dire. Serve tempo per farlo, e mi serve anche essere pronta per farlo. Sì, non sono molto brava a raccontare ciò che è accaduto, ma sono molto brava a dirti che non sono pronta, che non lo sono mai stata.
Eppure, ho fatto tante cose lo stesso. Ho rivoluzionato cose, ho cambiato altre cose, ho fatto tante cose che sembravano anche banali. Qualcuno potrebbe considerarle così? Non lo so, ma per me sono state vere rivoluzioni, e a nessuna di queste rivoluzioni ero pronta.
Ho solo chiuso gli occhi, mi sono tappata il naso e mi sono tuffata senza sapere se l’acqua fosse fredda, calda o profonda, se sarei riuscita a risalire, se avrei toccato con i piedi il fondo o se avrei galleggiato un po’ prima di riuscire a risalire.
Sono quei tuffi che fai solo quando sei bambina, quando c’è quel coraggio che adesso, da adulti, chiameremmo incoscienza. Chissà se sia veramente incoscienza, o se l’incoscienza sia quella che non ci fa saltare. È una bella domanda, un bel quesito: non ho una risposta, adesso.
So che mi devo preparare a un altro tuffo; lo so benissimo, lo sento. Tutta la mia vita, tutto il mio sentire, tutto il mio corpo sono tesi nel desiderio di fare questo tuffo, ma la ragione dice: “E dove vai? Non sei pronta!”
E quindi mi siedo qui e guardo davanti a me sperando (e te lo dico piano perché è un segreto, non l’ho mai detto a nessuno) io davvero spero che qualcuno mi spinga e mi costringa a buttarmi contro la mia volontà, contro tutte le ragioni del mondo che mi tengono lì seduta sulla riva.
Ecco, io spero tanto, davvero, che arrivi qualcuno che mi spinga forte e mi butti, anche se non riuscirò a tapparmi il naso in tempo, e l’acqua è davvero profonda… non importa, sarà quel che sarà.


